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Realizzazione tema:
MZeta

Contenuti:
Marta Moscato
&
Giuseppe Adamo

Contenuti in inglese:
Marilena Urso


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Eremo --> Gli Aneddoti

Non è difficile credere che un luogo come l'Eremo, con la sua storia e la sua suggestività, sia da sempre lo scenario di numerosi episodi curiosi... Nella maggior parte dei casi si tratta di aneddoti tramandati oralmente: se da una parte questo rende leciti i dubbi, dall'altra rende tutto ancor più suggestivo!

Il primo particolare da descrivere è l'epigrafe trovata all'ingresso della grotta. Il testo (ancora leggibile) recita EGO ROSALIA SINIBALDI QUISQUINAE ET ROSARUM DOMINI FILIA AMORE D.NI MEI JESU CHRISTI INI HOC ANTRO HABITARI DECREVI ("Io Rosalia Sinibaldo, figlia del signore della Serra Quisquina e del Monte delle Rose, per amore del mio Signore Gesù Cristo ho deciso di vivere in questa grotta"). Ovviamente attorno all'iscrizione e a tutta la storia della Santa si sono avvicendate innumerevoli ricerche e altrettante smentite o precisazioni quindi... tenete conto anche di questo!

Negli anni successivi alla nascita della congregazione, l'Eremo gode di ottima fama. Viste le eccessive richieste di entrare a farne parte, i novizi dovevano superare un anno di dure prove.

La tecnica di mummificazione non si conosce perfettamente, ma pare fosse simile a quella utilizzata dai frati cappuccini. Il cadavere veniva posto su dei tubi di terracotta sistemati in un'apposita nicchia all'interno della cripta. L'apertura veniva poi chiusa ermeticamente per evitare il passaggio dell'aria, così il corpo perdeva tutti i liquidi ma evitava la decomposizione. Dopo un periodo che variava tra i 6 e gli 8 mesi, il cadavere essiccato veniva trattato con erbe aromatiche e aceto, e poi veniva lasciato asciugare appeso ad uno degli alberi di fronte a convento. Concluso il processo, i corpi venivano esposti nelle nicchie scavate lungo le pareti della cripta e, quando queste erano piene, i corpi peggio ridotti venivano gettati nell'ossario per far posto ai "nuovi arrivati", mentre il loro teschio veniva esposto. Ad essere riposti nella cripta non erano solo i frati, ma anche alcuni novizi (lo testimoniano i resti di alcuni cadaveri troppo minuti per essere di adulti) e di personaggi illustri che ne facevano esplicita richiesta in vita!

L'abitudine di esporre i cadaveri è riconducibile alla filosofia degli eremiti: la vita terrena è solo una fase in cui bisogna guadagnarsi la vita eterna, e il passaggio tra l'una e l'altra è segnata dalla morte. Pare che l'abituale saluto tra i frati fosse "Ricorda che devi morire"!

Tra i personaggi illustri che tengono alta la fama dell'Eremo bisogna citare Bartolomeo Pii, un generale della truppe spagnole in stanza a Palermo. Accidentalmente aveva ucciso un uomo in mezzo alla calca del "festino" di Santa Rosalia del 1720 e, in preda al rimorso, aveva deciso di ritirarsi a vivere in penitenza sotto il nome di Fra Vincenzo.

Sempre nel corso del Settecento (secolo che caratterizza in positivo la storia dell'Eremo) un altro illustre personaggio fa la sua comparsa: Carlo Boccolari, nobile modenese, legge la biografia della Santa e chiede di entrare a far parte della congregazione. Affronta con coraggio le prove imposte dall'anno di prova, e per tutta la vita si dimostra "vero esempio di cristiana perfezione".

Un altro importante episodio è la visita, nel 1807, di Ferdinando IV, Re delle Due Sicilie. Dopo un breve soggiorno all'Eremo, colpito dall'atmosfera che tutt'ora caratterizza il luogo, il re dispone che ogni anno venga recapitato ai frati un tonno.

Nel 1789 due pittori palermitani, Antonio e Vincenzo Manno, sono stati incaricati di riaffrescare la chiesa dell'Eremo e la Matrice di Santo Stefano Quisquina. Al termine dei lavori entrambi sono diventati frati della congregazione, così come il fratello più piccolo, Salvatore; Antonio Manno è stato più volte superiore della comunità.

Ma c'è altro da raccontare sui nostri frati, alcuni episodi che si sposano male con l'ambiente descritto fin qui: è LA FASE OSCURA del convento...

Gli anni che vanno dal 1750 al 1755 sono stati caratterizzati da curiosi "traffici notturni" che ben poco hanno a che fare con la fede o la penitenza... Non si sa con precisione come tutto ha avuto fine dopo il quinquennio, ma un documento attesta che il 12 giugno i frati della congregazione partecipavano a particolari cerimonie religiose "pro gratium actione alla Maestà Divina per specialissima grazia, concessa divinamente in tale giorno l'anno 1755 a questo santuario contro l'insidie tramate dall'inferno tutto, che procurava la tale rovina, e naufragio del medesimo, e ne fu liberato dalla sola possanza divina". La "possanza divina", però, non è bastata in quell'occasione a liberare il convento dall'inesorabile decadenza che l'ha caratterizzato negli anni successivi.

Nel 1789 un amministratore del principe di Belmonte, tale Giuseppe Inglese, pur di impossessarsi di un giardino di proprietà dei frati architetta una congiura: convince uno dei frati a rubare dalle casse dell'Eremo e a creare poi delle prove che colpevolizzino il superiore e tre dei pochi frati onesti rimasti. I presunti colpevoli vengono incarcerati finché non interviene il Vescovo di Agrigento, ma nel frattempo il povero superiore è morto sotto le torture.

Agli inizi del XX secolo l'Eremo si trova in condizioni economiche disastrose, e di certo l'integrità dei membri non è da meglio. Un incendio nel 1901 danneggia gran parte della struttura e, anche se la Chiesa non viene danneggiata, i danni sono ingenti.

Oltre alle tresche e ai furti, nel Novecento proseguono gli omicidi: nel 1922 vengono inferte oltre sessanta coltellate al superiore, Fra Bernardo; le indagini a riguardo portano all'arresto di uno dei frati, Antonio Mortellaro, che viene allontanato dalla congregazione. Appena sei anni dopo, grazie ad alcune amicizie influenti, l'omicida torna a far parte della congregazione, e prepara una rivolta...

Nel frattempo la congregazione è stata sciolta: nel 1928 il Prefetto di Agrigento, sommerso dalle denunce contro i frati, affida la gestione amministrativa del convento alle cure di un commissario esterno.

Questo non segna certo la fine dei problemi: il gruppo degli "irriducibili" rimane nel convento e, quando Monsignor Peruzzo si reca all'Eremo per un breve pellegrinaggio, il già citato Antonio Mortellaro gli prepara un attentato. Questa volta fortunatamente non ci sono vittime, ma in seguito alla sparatoria il Monsignore invia una lettera al Papa descrivendo dettagliatamente la situazione all'interno dell'Eremo.

La lista delle malefatte si è conclusa solo da poco: nel 1973 e nel 1982 una serie di furti hanno privato la chiesa dell'Eremo di moltissimi oggetti: dei candelabri, tre crocifissi, tre reliquiari d'argento e diversi oggetti sacri, oltre a trentadue oli su tela che hanno completamente spogliato la struttura.

Amici dell'Eremo


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